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sabato 23 novembre 2013

100% Debito/PIl

Torno dopo tanto tempo per aggiornarvi sulla situazione macroeconomica, in quanto quella finanziaria è chiaramente in bolla e ogni previsione sarebbe facilmente smentibile nel giro di pochi minuti di borsa aperta.

Volevo con l’occasione del mio ritorno sul blog a condividere con voi questo interessante grafico con cui voglio confermarmi la situazione molto precaria degli Stati Uniti d’America: ebbene sì, anche loro sono entrati nel club 100% debito/PIl.

image

Il raggiungimento dell’obbiettivo è stato innescato dallo scoppio della crisi del 2009, ma si può vedere dal grafico come già dopo i fatti del 2001 la presidenza Repubblicana di Bush Junior avesse dato una bella spinta al debito, che cominciò a crescere a ritmi ben più sostenuti rispetto alla presidenza democratica di Clinton.

Avranno la sovranità monetaria, avranno uno dei più evoluti sistemi difensivi al mondo, ma quando chiuderanno i rubinetti del quantitative easing cosa accadrà al tasso nominale sui Bond governativi e come si affronterà il deficit mostruoso che continuano ad alimentare?

domenica 23 settembre 2012

Un ragionamento sull'andamento economico Americano

Oggi voglio condividere con voi un ragionamento che da giorni mi gira per la testa riguardo l'azzardo morale che la banca centrale americana sta ponendo in atto rilanciando, per la terza volta, un programma di QE. Cercherò di essere il piú schematico possibile, in modo da rendere subito chiaro il punto su cui risiedono i miei dubbi.

Perché il QE?
Per risolvere due spinosi problemi:
1. Finanziare il mostruoso deficit americano
2. Tenere i tassi bassi per stimolare l'economia ed il credito

Nella teoria economica, che effetto dovrebbe avere il QE?
Da quel che ho studiato, gli effetti piú importanti di un QE sono:
1. Stimolare la domanda del credito
2. Svalutare la moneta oggetto di QE nei confronti delle altre valute

Questi effetti si sono effettivamente dimostrati nell'economia reale americana?
1. Per quanto riguarda il credito al consumo, efffettivamente siamo a livelli molto superiori a quelli precrisi, per cui l'effetto c'é sicuramente stato, come potete vedere dal grafico che segue.

2. Per quanto riguarda invece il dollaro, non si é assistito alla forte svalutazione che ci si poteva attendere, in quanto il us dollar index da metà 2011 si é rafforzato nei confronti delle più importanti valute mondiali. Né è la prova la parallela forte svalutazione dell'euro che é proprio cominciata con l'inizio della crisi greca (vedi grafico che segue).


A cosa voglio quindi arrivare? Ad un concetto molto semplice: la FED sta distruggendo il consumatore americano. Seguitemi nel mio ragionamento.

Nella testa di Bernanke vi era l'idea che il QE avrebbe indebolito la valuta americana, favorendo le esportazioni e, parallelalemente sul lato interno, limitare i consumi. Ció peró non si é verificato, e quindi in questi in quest'ultimo anno il consumatore (e la grande impresa multinazionale americana) hanno giovato di un dollaro in continuo rafforzamento che ha limitato fenomeni inflattivi. Il perché lo si deve anche ricondurre ad un fattore esogeno, non certamente atteso dal governatore centrale, che é stato rappresentato dalla crisi europea e quindi della svalutazione dell'euro. Bisogna infatti ricordare, che a parte l'operazione di acquisto dei titoli pubblici italiani, spagnoli, greci ed irlandesi dello scorso autunno, la BCE sulla carta non ha mai messo in piedi un piano di QE degno di questo nome, ottenendo comunque, almeno sul piano valutario gli stessi effetti previsti.
L'inflazione che peró non si é registrata in US, d'altro canto é diventata un'inflazione importata in EU, anche per il solo fatto che le materie prime in Europa, come in tutto il mondo, si pagano in dollari! L'economia europea comunque non é stata certamente a guardare questi fenomeni passivamente, ed infatti il settore produttivo del vecchio continente ha saputo sfruttare la svalutazione valutaria portando a livelli record la bilancia commerciale dell'intera zona euro, come potete vedere dal grafico che segue.

Ora peró l'effetto esogeno della crisi europa sta lentamente cominciando ad attenuarsi e sul piano valutario l'euro sta recuperando nei confronti del dollaro: questo cosa provocherá all'america se effettivamente noi europei "facciamo e risolviamo i compiti a casa"? Inflazione ragazzi! Inflazione che bloccherá i consumi del consumatore mondiale per eccellenza e che non potrá riprendersi con stimoli di origine pubblica, in quanto il deficit americano comincia a rappresentare il vero rischio sistemico mondiale!

Solo in quel momento capiremo che non eravamo noi europei ill vero rischio sistemico mondiale!

mercoledì 28 dicembre 2011

Imz Novembre 2011: sarà una forte recessione

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Lo scorso aprile, in un vecchio post, scrivevo che il superindice della fiducia IMZ era orientato verso una lenta discesa e che la crescita del Pil americano attesa per il secondo trimestre si sarebbe aggirata attorno al +1,4%. Ecco cosa scrivevo:

Il superindice sulla fiducia globale (da me creato) continua la sua discesa. Ad aprile infatti il livello registrato è stato di 187,8, –17% rispetto un anno fa e –2,6% rispetto marzo scorso. La discesa comincia ad accelerare e la tendenza, evidenziata dalla media mobile tratteggiata, è già segnata da giugno dello scorso anno.

In questa occasione provo di nuovo a proporre la mia previsione per il Pil americano per il 2 trimestre del 2011, utilizzando la stessa analisi utilizzata per la previsione (poi toppata) tentata lo scorso ottobre.

Dall’analisi del Michigan Sentiment Index IMZ, per il 2Q2011 prevedo ancora un rallentamento della crescita, che dal 1,8% registrato il primo trimestre potrebbe aggirarsi attorno al 1,4%.Un dato sicuramente “anemico”, che perfino l’Italia potrebbe raggiungere… 

Ebbene i dati ufficiali parlano chiaro: nel secondo trimestre la crescita del Pil americano si è aggirata attorno al +1,3%, salvo revisioni future. E quindi la previsione era corretta.

 

Ma continuiamo ora con i dati aggiornati del superindice. A giugno 2011 si è confermata con certezza la tendenza ribassista, e il crollo dell’indice continua da ormai 5 mesi.

image Il valore dell’indice a novembre era di 155,5, ben un 38% in meno dello scorso anno. Nel terzo trimestre scorso i dati ufficiali americani hanno registrato una crescita del Pil del 2%, ma secondo il sottoscritto tale dato verrà fortemente rivisto nei prossimi mesi fino ad avvicinarsi allo zero.

Il modello mi suggerirebbe che per l’ultimo trimestre del 2011 la caduta sarebbe veramente importante (-2%/-3%), ma tali valori mi sembrano troppo eccessivi. Una previsione che però mi sento di affermare è che nel 4° trimestre il GDP americano si stabilizzerà attorno allo -0,5% con una probabilità dell’80%. Al prossimo aggiornamento per vedere se anche questa volta la previsione si è rivelata corretta.

martedì 30 agosto 2011

Post rapido: il consumatore americano non perde l’abitudine di spendere ciò che non ha!

Ieri sera, leggendo i dati sui consumi americani c’era qualcosa in testa che non mi quadrava. E allora mi sono elaborato un grafico che nella sua semplicità quasi imbarazza…

consumi us e spese consumatore medio luglio 2011 Da inizio anno infatti, se un consumatore aveva 100$ di reddito e di consumi (saranno sicuramente minori in valore assoluto, ma quel che interessa è il confronto relativo), i redditi sono cresciuti meno dei consumi (102 vs 102,5$). Tale gap deve essere coperto, e visto che il tasso di risparmio delle famiglie negli ultimi mesi è fisso sui 5%, il gap viene coperto proprio dal credito al consumo, che proprio a giugno ha registrato un impennata, e per luglio non andrà meglio. Il ritorno del credito è un buon segnale certamente, ma se negli ultimi 7 mesi solo un mese il reddito disponibile era superiore ai consumi… si ritorna ai vecchi schemi, che porteranno inevitabilmente agli stessi esiti nefasti!

domenica 27 marzo 2011

Imz marzo 2011: il calo della fiducia comincia

Lo scorso 24 febbraio lo avevo annunciato. Non si sarebbe superato il dato di febbraio (il definitivo per febbraio è stato di 204,5) e infatti il calo è stato intenso.

Il dato di marzo infatti è calato a 192,7, –6% rispetto a febbraio e   –11% rispetto allo stesso mese dello scorso anno. Una bella sosta, non c’è che dire. Imz marzo livello fiducia internazionaleIndicativamente vi fornisco anche un livello chiave da dover tenere sott’occhio: “160”. Infatti per livelli inferiori a 160 sono sempre combaciati con periodi di “crescita negativa” del prodotto interno lordo (americano). Staremo a vedere…

martedì 1 marzo 2011

Analisi statistica dell’Ism: gennaio 2011

Invece di fare i soliti commenti su questi importanti indici statunitensi, vediamoli sotto un altro punto di vista. Per chi ha studiato un po’ di statistica, conoscerà la campana gaussiana (distribuzione normale) e la teoria delle deviazioni standard. Per chi non la conoscesse c’è scritto molto su wikipedia, ma in poche parole si tratta di una teoria statistica che permette, avendo la media e una serie di dati, di individuare dei margini massimi e minimi con diversi gradi di certezza, dal 64% al 99%.

In questa analisi ho usato una deviazione standard (cioè un “margine errore”) di 2, con una certezza statistica del 95%. Questo 95% tende quindi ad indicarci con certezza che solo il 5% dei dati potrebbe uscire dal range, cioè vengono definiti come anomali; e che quindi dovrebbero rientrare nel range.

Allora cominciamo con i dati. Questo l’Ism Manifatturiero americano.Note La linea blu è il dato riportato mensilmente dal 1990 a oggi (la serie esiste dal 1948). La zona verde è invece quel range che rappresenta il 95% dei dati che ci rientrano. Facile individuare l’anomalia che si è registrata per ben due volte: nel gennaio 1991 e nell’ottobre 2008. Momenti ovviamente negativi per l’economia, ma allo stesso tempo “anomali” per la distribuzione normale. Infatti, in 5/6 mesi il dato è rientrato e guarda caso ha ripreso verso il range più alto; un po’ come una molla.

Però la questione è valida anche nella parte superiore, dove ovviamente è più facile scottarsi. Il confine del limite superiore è 62 punti, mentre l’ultimo dato disponibile per gennaio è 60,8. Quindi a 62 ci si arriva in un attimo e oltrepassarlo, beh, indicherebbe che forse l’euforia economica sta sorpassando la realtà economica.

Lo stesso poi può dirsi sull’Ism non manifatturiero, che però presenta una serie di dati ben più piccola (si parte dal 2008) e quindi l’analisi con la campana gaussiana potrebbe mostrare dei dati inesatti.Note1 Dopo aver accennato alla troppa volatilità del dato non manifatturiero, qui la questione ormai è chiara. Il dato infatti è già sul range superiore e il prossimo dato (che sarà sicuramente maggiore) indicherà una anomalia statistica. Ognuno ne tiri le conseguenze…

domenica 20 febbraio 2011

Le scorte continuano a crescere…

Giusto una decina di giorni fa abbiamo paventato un possibile picco dell’economia americana proprio dall’analisi delle scorte di barili. Ora che abbiamo i dati di un altra settimana, vediamo di registrarne il nuovo sviluppo.Note Le scorte sono continuate ad aumentare, portandosi sui 345,9 milioni di “barili”. Anche nello scorso post sottolineavamo il trend in atto

“Sono infatti 5 settimane che le scorte sono in continuo aumento e la tendenza sembra non sia destinata a invertire.”                [dallo scorso post]

E anche il prezzo spot del petrolio ne ha risentito, visto anche la forte dipendenza dell’economia americana di questa importante commodity (vedi grafico).

Questo invece che segue è un pur spartano tentativo di rappresentare la relazione tra le scorte americane e il prezzo del barile di petrolio.Note2 La relazione, come ogni buon corso di macroeconomia insegna, è inversa. E lo si può facilmente cogliere dalla linea di tendenza nera, che è un tentativo matematico di rappresentare questa relazione.

Questo grafico quindi cosa ci dovrebbe suggerire? Non ci suggerisce quasi nulla, ma più esserci d’aiuto per analizzare qualche scenario. Vediamone due in particolare, che nei prossimi post verranno continuamente aggiornati.

SCENARIO NR. 1: RALLENTAMENTO ECONOMICO

In questo scenario tipo, le scorte comincerebbero a crescere (questo sarebbe lo scenario guida se fossero analizzati i dati di queste ultime settimane. Guardando il grafico, all’altezza dei 90$/barile si può cogliere che la linea si muove verso “nord-ovest”, indicando una aumento delle scorte e una riduzione del prezzo spot) fino ad un livello indicativo di 365/370 milioni in breve tempo. A questi livelli il prezzo del petrolio potrebbe tranquillamente sostare sotto i 70$, comunque sotto i 75$ con un buon margine di sicurezza.

SCENARIO NR. 2: CRESCITA ECONOMICA

Se l’attuale crescita “drogata” dovesse continuare, rendendosi immune dalla sua stessa droga, le scorte dovrebbero registrare una forte caduta. Livelli di scorte sotto i 330 milioni indicherebbero un forte rinvigorimento dell’intero settore industriale, che porterà di pari passo a prezzi stabili sui 95-100 $ al barile.

Secondo le mie stime, le prossime pubblicazioni potrebbero suggerire una pausa nella crescita delle scorte, ma poi l’obbiettivo di medio termine è arrivare costantemente sui 350 milioni a settimana.

sabato 12 febbraio 2011

Jobless claims: più su o più giù? (6w/2011)

NoteC’è da fidarsi dei forti progressi delle richieste di disoccupazione? Mah, la risposta è molto difficile. La volatilità delle variazione è chiaramente elevata (cerchio verde) mentre sui valori assoluti il trend è assolutamente favorevole alla ripresa del mercato del lavoro, con le 383.000 richieste di questa sesta settimana dell’anno appena passata.

L’unica è utilizzare la media a 12 settimane (linea più sottile blu), che per ora sembra stabilizzarsi. Ottima tendenza se fosse confermata, che confermerebbe l’ottima intonazione del Dow Jones, che però dovrà tirare il fiato prima o poi. Questi i grafici di aggiornamento, con evidenziato anche un confronto con gli scorsi 5 anni (in valori assoluti stagionalizzati).

Note1

Boom della produzione industriale

Ripresa, scatta la produzione industriale

di Gian Battista Bozzo

Il 2010 torna positivo (+5,3%) dopo due anni bui. Il dato si aggiunge allo stop nella disoccupazione, al calo della cig e all’inflazione che cresce meno del resto d’Europa. L’impatto delle misure decise dall’esecutivo.

Non fanno certo gridare al miracolo economico, eppu­re i segnali di ripresa conti­nuano a manifestarsi anche in Italia. L’ultimo riguarda la produzione industriale, che ritorna a crescere dopo il crol­lo del 2009. In dicembre ha se­gnato un progresso dello 0,3% rispetto al mese prece­dente, mentre rispetto a un anno prima l’aumento è del­l’ 8,7%. Nell’intero 2010 l’au­mento è stato del 5,3%: dato ancor più positivo pensando a quanto era accaduto nel 2009, quando la produzione era crollata del 18,4%.

Così cominciava ieri un bell’articolo dell’edizione online del Giornale [link]. Questo invece lo storico della variazione industriale su base annua.Note

uest“Scatta la produzione industriale” scriveva Bozzo, ma forse alla fine del titolo mancava un punto di domanda. La grande ripresa che lui tenta di darci a bere viene puntualmente smentita dal grafico. La produzione si sta stabilizzando da 6 mesi e l’area rosa lo sta a testimonia

re…

Evviva la crescita!

giovedì 10 febbraio 2011

I 100$ al barile si stanno allontanando?

Per fortuna i 100$ che avevo ipotizzato come prezzo obbiettivo per il wti è rimasto ben lontano dagli attuali corsi. Dai 90$ delle scorse settimane il prezzo spot è calato fino a 84$, per poi ritornare agli attuali 87$ (per vedere aggiornato il prezzo del petrolio potere fare riferimento al widget c’è ho lasciato a lato del blog).

Fatto questo breve aggiornamento, vediamo invece come si sono comportate nelle ultime settimane le scorte in “terra americana”.

Note Dall’ultima rilevazione dello scorso post siamo a 11.945 migliaia di barili in più, registrando di fatto una forte sferzata al trend che era in atto; aprendo di fatto la strada ad un probabile rallentamento economico.

In effetti, il picco si era registrato proprio durante la settimana della “befana”, settimane in cui l’effetto delle festività natalizie in America avrà contribuito nettamente ai dati che stiamo analizzando. Ma da ormai un mese le scorte continuano ad accumularsi e il segnale che si sta inviando ai mercati non sembra che si sia ancora percepito in tutto il suo potenziale informativo.

Sono infatti 5 settimane che le scorte sono in continuo aumento e la tendenza sembra non sia destinata a invertire. Prova ne è anche il fatto che il prezzo spot, come ricordato prima, è calato di 3-5 $ nell’ultimo mese.

Quindi è verosimile che nei prossimi mesi un picco economico in America? Dai dati e da tutti gli analisti sembra che il boom “sia appena cominciato”, però…

domenica 30 gennaio 2011

La media riduce al minimo gli errori, ma se non fosse vero per le richieste di disoccupazione?

Dato sui jobless claims ancora molto volatili. Ci si avvicina di nuovo alla quota di richieste di un anno fa, eliminando di fatto gran parte dell’ottimo dato della scorsa settimana.

Questa troppa volatilità però influisce troppo su un dato abbastanza stabile, per cui vediamo di analizzarla sotto un’altra prospettiva.

NoteIl grafico sopra ci illustra una tendenza di fondo. Mediamente infatti i Jobless claims tendono a crescere da inizio anno, per poi discendere nell’ultimo quarto dell’anno. Curioso (statisticamente parlando) il forte balzo tra gennaio e febbraio, indice che la stagione natalizia influisce pesantemente nelle richieste di disoccupazione. Però il dato a cui facevo prima riferimento (la variazione annua che si è di nuovo “annullata”), può essere vista anche dai dati assoluti e non percentuali.Note1 Con questo grafico si potrebbe tranquillamente rappresentare la crisi occupazionale di questi ultimi due anni e mezzo. Per chi pensasse che il 2010 il mercato occupazionale americano fosse andato bene deve ricredersi. L’anno migliore infatti è stato il 2009: nel 2010 le richieste sono state stabili, cominciando lentamente a ridursi nella seconda metà dell’anno. E per il 2011 siamo ancora ai livelli di un anno fa. E la tendenza che ci aspetta nel mese di febbraio, se fosse confermata (non si è sempre verificata), ci porterebbe a “scavalcare” le richieste dello scorso anno, con le logiche implicazioni del caso.

Detto questo vi lascio il solito grafico di riepilogo, evidenziando in verde la forte volatilità che dovrebbe farci mantenere all’erta.Note12

domenica 23 gennaio 2011

Composite Leading indicator: da utilizzare solo quando fa comodo

Oggi rianalizziamo un importantissimo leading indicator, che viene spesso abusato dalla classe politica italiana (il Premier) per avallare l’attività del suo governo, per poi abbandonarlo nei momenti in cui non fa più il suo gioco.

Ebbene, questo indicatore è il Cli dell’Ocse. L’hanno scorso, ad ogni pubblicazione, il governo e la stessa stampa riecheggiavano le ottime prospettive per l’economia italiana, ma poi per mesi più nulla (il mio ultimo aggiornamento era stato fatto a novembre, forse proprio perché anch’io casco nel giochetto della nostra stampa italiana).

Allora prendiamoci la briga di vedere cosa sia cambiato da novembre a oggi. Prima un riepilogo generale.Note Come si può vedere dal grafico, il Cli, dopo essersi stabilizzato per i mesi centrali dello scorso anno in tutte e tre le zone economiche principali, ha ripreso a crescere, specialmente oltreoceano, mentre l’Europa e l’Asia stanno riprendendo la via battuta dagli Stati Uniti.Note1 Passiamo ora ad analizzare più specificatamente l’andamento dell’indice. Per l’Italia, come già ripetuto, l’indice ha “piccato” esattamente un anno fa, a gennaio 2010. Infatti l’ultimo intervento che venisse usato dai giornale o dallo stesso governo per sottolineare il positivo andamento dell’indice è registrabile a novembre 2009 (almeno da una mia ricerca veloce su internet). Da gennaio in poi, evidentemente, non faceva più comodo sottolineare l’andamento laterale negativo dell’indice, ma guarda caso a fine anno la borsa italiana ha perso il 12% di capitalizzazione e il Btp decennale da un rendimento intorno al 4% è arrivato a fine 2010 alla soglia del 5% (di certo non grazie al buon andamento economico)!

Anche la grande Germania, occorre sottolinearlo, ha stabilizzato l’indice negli ultimi mesi, ma tale indice in primis non è sceso e poi ha toccato il picco ben 6 mesi dopo l’Italia. La Cina invece sembra in via di recupero (recupero da cosa??? In effetti non si era mai fermata!). Molti economisti ancora oggi ritengono che la Cina stia crescendo troppo velocemente e bisognerebbe ridurre i tassi di crescita a livelli più sostenibili in maniera da tenere a bada l’inflazione. Il passaggio dal +12% di inizio 2010 all’attuale +10% è già un buon segnale, anche se il Cli di questo andamento ne aveva già tenuto conto (l’indice nel 2010 è passato da 101,8 a 100,6 circa a novembre).

L’intonazione globale dei paesi Ocse però rimane positiva, quindi ormai bisogna “certificare” che il rischio del famoso double dip (che io stesso ritenevo molto probabile) per ora è del tutto svanito. Speriamo solo che la crescita economica che ci appresteremo ad avere nel prossimo anno (più in là per ora non mi spingo) sia sostenibile per i prossimi decenni.

lunedì 17 gennaio 2011

Aggiornamento sulla produzione industriale americana e italiana

In molti dicono che la dinamica economica sia ancora guidata dall’andamento industriale. Allora diamoci da fare per fare una corretta analisi della realtà che possiamo osservare e che ci aspetterà.NoteIl recupero industriale è stato imponente. Tassi di crescita di questo regime su base annua non si registravano dal 1998, ben 12 anni fa. Però questi tassi sembrano sostenibili? Guardando la media (linea nera tratteggiata), che risulta essere un buon indicatore (infatti nel lontano agosto 2009 determinò l’uscita dalla “recessione” del settore industriale americano, cosa che di fatto è avvenuta), sembra che ora “il rimbalzo infinito” sia destinato perlomeno a scendere, visto ormai l’andamento al ribasso da ormai il luglio dello scorso anno.Note1Se poi andiamo vedere l’indice puro (c’è sia il dato italiano e americano, tutti e due corretti con una media a 6 mesi, tutti indicizzati su base 1  al primo gennaio 1991), la possibilità di una leggera caduta della produzione industriale americana sembra una certezza, mentre per quella italiana possiamo dire che “ci sono ancora cartucce da sparare”. Ciò non toglie però il fatto che, da 1995 in poi la produzione industriale italiano sia stata ferma per più di 14 anni, per poi crollare ovviamente.

Poi, per puro titolo informativo, un confronto degli andamenti tendenziali della penisola e di oltre oceano, in modo da capire i diversi impatti che la crisi hanno avuto sui relativi settori industriali.Note12Il grafico, come al solito, parla da solo.

sabato 25 dicembre 2010

Jobless Claims e problema occupazione

Note

I dati provenienti ultimamente dai jobless claims sono molto positivi. Infatti sono stati rotti importanti trend e, almeno per quanto riguarda le richieste, l’andamento occupazione sta migliorando nettamente.

Peccato però che il JC non è un reale indicatore occupazionale, ma serve solo a evidenziare un trend, e valori come quelli registrati negli ultimi mesi non sono di netto miglioramento, ma di sostanziale stabilizzazione.

Note1

Infatti sono i livelli occupazionali a tener banco. E anche quelli forniti a livello nazionale indicano un quadro assolutamente agghiacciante. Dal picco della crescita occupazionale (che è a più di 3 anni di distanza, fissata a novembre 2007) si sono persi 7.595.000 di occupati e il grafico rimane inquietante! E Obama non ha sicuramente migliorato la situazione, perché dal suo insediamento sono stati persi 3.333.000 posti di lavoro in quasi 2 anni. Note2

E con tassi di disoccupazione ancora sopra il 9 % da Maggio dello scorso anno, è ben difficile smuovere la situazione di stallo occupazionale.

è dal fronte occupazionale quindi che arrivano i segnali più preoccupanti per il rischio di double dip, che si può ammettere tranquillamente, non è mai di fatto svanito come eventuale proiezione economica.

sabato 21 agosto 2010

Settimana di fuoco!

Partiamo dalla cassa integrazione italiana…

Cassa integrazione totale operai

Alla faccia della ripresa: la cassa integrazione è ancora sui massimi. Quelle 96 milioni di  ore che per gli operai hanno rappresentato il picco del marzo scorso sono ancora vicine. Oggi infatti, al mese scorso (luglio 2010) ci aggiriamo sulle 90,2 milioni di ore, ben 28% in più del luglio dello scorso anno. Per non parlare degli impegati: per loro le ore sono aumentate del 53% in un anno!

…continuando con le richieste di disoccupazione americane che toccano quota 500.000 (nel riquadro)…

Note

…concludendo con le scorte di greggio americane, che dal marzo 2010 sono in eccesso, quindi non assorbite dall’economia più “assetata” di olio nero (area rosa).

Note1

Visto tutto questo, per voi c’è da stare ottimisti o pessimisti?

venerdì 6 agosto 2010

Pil Usa nei particolari

Dal sito governativo americano http://www.bea.gov/, ho ottenuto l’ultima lettura del Pil americano per il secondo trimestre 2010, e volevo rivedere con voi alcuni aspetti salienti (non mi metto neanche a discutere delle revisioni continue che questi dati subiscono ogni mese, visto che molti blogger hanno a lungo esaminato tali aspetti).

Cominciamo dai consumi privati. Note

In via tendenziale credo si possa tranquillamente affermare che il boom dei consumi non sia nè successo nè sta avvenendo. Ciò infatti rispecchia la brutta situazione del mercato del lavoro, il quale è da mesi impaltanato in una brutta situazione, che si riflette infatti sui consumi, che nel Q2 2010 sono aumentati del 1,15% rispetto al disastroso anno scorso.

Continuamo poi con gli investimenti privati.

Note1 Personalmente ritengo l’andamento degli investimenti privati il più importante dato che il Pil possa esprimere. Infatti gli investimenti si dividono in 2 categorie,

gli investimenti fissi divisi tra:

  1. Non residenziali
  2. Edifici
  3. Software e apparecchiatura
  4. Investimenti residenziali

e la variazione delle scorte di magazzino. Focalizziamoci su quest’ultima. Per 2 trimestri consecutivi (4Q 2009 e 1Q 2010) ha registrato impennate importanti, vicine al 3%. Poi però, in quest’ultimo trimestre, vi è stata una caduta e dal 3% si è passati all’1%. Il dato complessivo degli investimenti si è comunque mantenuto forte grazie al controbilanciamento degli investimenti fissi, che non aumentavano con un tale impetito da periodi antecedenti il 2005.

Però il dato delle scorte pone seri dubbi sulle prospettive future. Molti, tra economisti e blogger, hanno sostenuto che l’attuale “ripresa” è guidata da due fattori, che non posso autoalimentarsi per molti trimestri. Questi 2 fattori sono:

  1. gli aiuti statali e gli interventi pubblici (ne abbiamo già visto i rischi e le eventuali conseguenze)
  2. ripristino dei magazzini a seguito della crisi dei consumi.

I dati parlano infatti chiaro. Apparte il punto 1. , il punto 2. sembra effettivamente la spiegazione più attendibile che si possa dare a questa ripresa. Riguardiamo i dati. Per 8 trimestri (2 anni) le variazioni hanno registrato trimestre dopo trimestre variazioni negative, poi, dal 3Q 2009 hanno ricominciato a crescere. Ad ora siamo al 4° trimestre consecutivo di crescita (cosa che non si è mai verificata dal 2005), voi pensate che sia sostenibile una crescita esponenziale delle scorte con i consumi privati “congelati”?

Chiudiamo questa analisi con la contribuzione di ogni macrovoce al Pil totale.

Note2Due qui sono le tendenze da evidenziare.

  1. Nonostante gli sforzi del presidente Obama e del suo entourage, l’America dipende sempre di più dai consumi privati, ed è una tendenza che è destinata a crescere, visto che dal 2005 siamo passati dal 69,8% al 70,4%.
  2. La forza compressione degli investimenti privati, la vera nota negativa di questa crisi. La loro compressione (dal 17,7% al 12,7%) si è fatta sentire e si farà sentire, visto le implicazioni che gli investimenti hanno sul futuro economico, politico e sociale di una nazione sviluppata.

Chiudo con una considerazione. L’economia Us tiene, ma comincia a mostrare qualche crepa. Il dato principale da tenere sotto osservazione sono le scorte di magazzino. Se continuasse a rallentare, o ancor peggio, passare in negativo, i segnali comincerebbero a diventare conferme…

giovedì 22 luglio 2010

Scorte di petrolio? Dicono rallentamento economico

L’Eia, l’ente internazionale per l’energia, fornisce settimanalmente i dati delle scorte di petrolio degli stati uniti d’America. La serie comincia dal 1982, ma per questioni di praticità ho ridotto la serie dal 1998, come si vede dal grafico qui sotto.
La linea blu, come detto, rappresenta l’andamento delle scorte di magazzino (in milioni migliaia di barili, scala a sinistra). Più le scorte sono maggiori e più i consumi e quindi la crescita sono ridotti, quindi valori superiori indicano rallentamento economico mentre valori inferiori indicano ripresa economica.
L’area rosa, invece, indica semplicemente la differenza tra il dato delle scorte e la media delle scorte dell’ultimo anno (ho eliminato la scala per questioni di semplicità). Come per le scorte, anche quando questa è positiva indica rallentamento, mentre quando è negativa indica crescita.Note2
La situazione è veramente interessante. I due picchi delle scorte sono combaciati con l’apice della crisi (se confrontati con gli indici azionari) e la differenza con la media mobile indica ancora la contrazione. E’ da ormai più di un mese che si presentano segnali di rallentamento, e anche le scorte sembrano averlo previsto, come lo stesso Pci della Ucla Univ.
Quindi anche per i dati sulle scorte di magazzino siamo di fronte a un rallento, che nelle ultime due settimane risulta in diminuzione. Un altro segnale che ci suggerisce la possibilità non più remota di un double dip (come io personalmente ritengo)?

sabato 17 luglio 2010

Pci by UCLA University

Chart

Dall’istituto Ceridian un nuovo Leading indicator che potrebbe schiarire la nebbia che in questi ultimi mesi rende offuscato ogni tentativo di previsione economica.

Il Ceridian-UCLA Pulse of Commerce Index™ (PCI) by UCLA Anderson School of Management, mira a registrare le variazioni dei consumi di combustibile all’interno degli Stati Uniti. Ora la stessa UCLA avvisa i lettori che questa battuta d’arresto dell’ultimo mese non significa inevitabilmente “Double Dip”, ma se due indizi cominciano a fare una prova…

giovedì 15 luglio 2010

Immobiliare americano: confronti con la storia

Verificare l’andamento immobiliare non è certo semplice. Scegliere le città e i tipi di immobili comporta inevitabilmente diverse misure di confronto che servono solo a confondere ancora di più. Ma un noto economista, Robert Shiller, ha risolto tale problema, creando il famosissimo, Case Shiller Index, un “osservatorio immobiliare” che comprende i dati da fine 1800 ad oggi. Un lavoro bellissimo, anche perché disponibile dalla pagina del professore presso la Yale University [link].

Note

Il picco del mercato immobiliare americano, come si ricorderanno in molti, è avvenuto nel 2006 e gli avvertimenti di crisi bancarie cominciarono verso marzo 2007, alla pubblicazione di alcune trimestrali bancarie non convincenti (pff, vado a memoria).

Son passati quattro anni, abbiamo assistito al default della Lehman Brothers, a cadute del Pil che ci hanno riportato indietro di 20 anni o più. Ma la causa scatenante della crisi (bancaria e finanziaria) come sta “messa”?

Prendendo spunto da una fonte autorevole, This time is different, di Rogoff-Reinhart, dove esiste un interessantissimo capitolo sul mercato immobiliare con molti esempi, si è osservato che mediamente la durata della caduta dei prezzi immobiliari si attesta dai quattro ai sei anni (Giappone a parte). Dal picco, inoltre, l’intensità del calo si attesta ad un –33%, che rientra anche esso nella media storica (uno dei massimi appartiene Hong Hong nel 1997, mentre la grande crisi del 1929 fece “crollare” il mercato di un –12,6%, ma tale discesa durò per ben 7 anni).

Rientriamo sulla storia, quindi, neanche questa volta era differente, tutto era prevedibile. Quindi aspettiamoci ancora cali del Case Shiller Index, davanti a noi potremmo avere ancora due anni difficilissimi.